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Nel 2017 il popolo ha deciso il divieto di costruzione di nuove centrali. La sua revoca non è forse problematica dal punto di vista democratico?

No. Il popolo ha sempre il diritto di esprimere la propria opinione, perché il mondo cambia. È opportuno sottoporgli questa questione nel contesto attuale. La situazione nel settore energetico è cambiata radicalmente, in particolare dopo l’attacco della Russia all’Ucraina e l’evoluzione generale dell’approvvigionamento energetico europeo. I sondaggi attuali mostrano una crescente incertezza riguardo all’approvvigionamento elettrico svizzero: il 58% è preoccupato per la sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine, il 64% dubita che le energie rinnovabili siano sufficienti da sole, il 79% vuole che le centrali nucleari esistenti continuino a funzionare, il 66% sostiene un accordo sull’elettricità con l’UE. Ma se lo sviluppo delle energie rinnovabili non dovesse bastare a garantire l’approvvigionamento elettrico, la popolazione svizzera continuerebbe a preferire le centrali nucleari (58%) rispetto a quelle a gas (26%).[1] Anche nel «barometro delle preoccupazioni» di UBS, il futuro approvvigionamento elettrico figura tra le prime dieci preoccupazioni della popolazione.[2] Pertanto, l’attuale dibattito riflette non solo la situazione dell’approvvigionamento, ma anche lo stato d’animo della popolazione. La Strategia energetica 2050 è stata un voto a favore di un approvvigionamento elettrico sicuro, pulito e conveniente, soprattutto grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili. Tale sviluppo verrà portato avanti, ma dovrà essere garantito dall’abolizione del divieto tecnologico.
Inoltre, gli strumenti della democrazia diretta consentono una rivalutazione delle decisioni precedenti. Come la prossima votazione sulla controproposta indiretta all’iniziativa Blackout, la decisione sul divieto del 2017 è stata presa sulla base di un referendum facoltativo, ovvero nello stesso quadro istituzionale in cui discutiamo oggi.